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domenica 25 settembre 2016

… e c’è gente che lo sta ad ascoltare

Non so per quanto tempo l’UE intenda e possa mantenere il “Daspo” nei confronti dell’Innominabile, escludendolo dai vertici europei.
Quello che mi sembra molto grave ed inquietante è che, estromettendo il presidente del consiglio italiano si esclude, di fatto, la presenza del nostro Paese a quei tavoli intorno ai quali si discute anche del nostro futuro, e credo che questo sia inaccettabile.
Eppure, l’avvenuto incontro con Merkel ed Hollande a Ventotene, per il rilancio dell’Europa, così come il successivo vertice Italia - Germania di Maranello erano stati favoleggiati, dal presidente del consiglio, come affermazione delle ottime relazioni italiane con l’UE.
Se, però, il risultato di questi successi si è concretato nel “Daspo” deciso dalla triade Juncker, Merkel, Hollande, beh allora c’è di che preoccuparsi.
Mi pare evidente che in Europa il credito dell’Innominabile stia traballando, mentre in Italia, per colpa dello sfacciato servilismo della maggior parte dei media, può continuare a blaterare ed a diffondere incontrastato le sue balle.
Ad esempio, giorni fa ospite di Lilli Gruber ad 8 e ½ ha potuto ostentare indisturbato le sue arcinote fregnacce grazie alla cortigiana condiscendenza della giornalista padrona di casa.
In quella occasione l’Innominabile ha avuta la sfrontatezza di sparare, a proposito di EXPO’ 2015,  una delle sue fregnacce: “Abbiamo cacciato i ladri ed è stato un successo”.
Una balla che Lilli Gruber, come giornalista e conduttrice, avrebbe potuto e dovuto sgonfiare facilmente facendo presente che la Magistratura milanese ha dimostrato, in verità, che tra le commesse assegnate ad imprese mafiose e legate alla criminalità ci sono stati anche i lavori per l’allestimento dei padiglioni di: Francia, Qatar, Guinea Equatoriale e Birra Poretti.
Mentre la Magistratura procedeva a disporre 11 misure cautelari e ad effettuare confische milionarie, il Presidente dell’Autorità nazionale anticorruzione, Raffaele Cantone, dichiarava: “Esprimo gratitudine alla Procura di Milano per l’attività svolta e sottolineo come le indagini riguardino subappalti che non dovevano essere oggetto di controllo (!?!) da parte di ANAC  o lavori in padiglioni esteri (!?!) sottratti alla legislazione nazionale”.
Morale, non solo la criminalità non è stata “cacciata” da EXPO’ 2015 ed ha fatto affari arricchendosi con il denaro pubblico, ma mi sembra di capire, altresì, che quando sono i capitali esteri ad investire in Italia ANAC non intervenga per difenderli dalla piovra mafiosa.
Nonostante l’evidenza di questi fatti, poche ore fa a Prato, in uno degli innumerevoli comizi di questi giorni, il presidente del consiglio ha avuta la sfrontatezza di rivolgersi alla sindaco di Roma, Virginia Raggi”, che ha detto no alle Olimpiadi 2024,  dicendo: “Non si fermano le grandi opere, si fermano i ladri. Se invece dici “no” ed hai paura hai sbagliato mestiere”.
Evidentemente l’Innominabile è convinto che scialacquare il denaro pubblico in grandi opere sia lo scopo prioritario di chi governa anche se è incapace di fermare i “ladri”, esattamente come è successo a EXPO’ 2015, ed anche se sa di non poter impedire che il denaro dei contribuenti vada ad arricchire la criminalità organizzata.
Se questo è il verbo dell’Innominabile, mafiosi e ladri non possono che ringraziare e stappare bottiglie di champagne !
Purtroppo il penoso servilismo dei media si limita a fare da cassa di risonanza alle eclatanti menzogne e corbellerie che escono dalla bocca del presidente del consiglio senza mai avere il coraggio, se non altro per il rispetto dovuto ai cittadini, di tentare almeno una qualche reazione. 

sabato 24 settembre 2016

Un Daspo dall’UE

Da quando frequentavo le aule scolastiche sono trascorsi molti, troppi lustri, così tanti che non riesco neppure più a contarli.
Ricordo, però, che se in classe mi comportavo in modo indisciplinato oppure osavo contestare una qualche asserzione dei prof, venivo sbattuto dietro la lavagna, quando non allontanato dall’aula se l’avevo combinata veramente grossa.
Quasi sempre a quel provvedimento seguiva una nota di biasimo sul diario che dovevo far firmare dai miei genitori.
Oggi gli ultras che si comportano in modo violento dentro e fuori gli stadi, se e quando sono beccati possono essere sottoposti al “Daspo”, il provvedimento che vieta loro di presenziare, da 1 a 5 anni, alle manifestazioni con l’obbligo, a volte, di presentarsi in un posto di polizia durante gli eventi sportivi.
Oggi apprendiamo dai media che una specie di “Daspo” è entrato a far parte degli usi anche dell’UE.
Infatti, mercoledì prossimo nella capitale tedesca si riuniranno Juncker, la cancelliera Merkel ed il presidente Hollande per un vertice durante il quale, oltre a discutere dello sviluppo della “agenda digitale” e di altri temi al momento indefiniti, si svolgerà un incontro con 20 manager delle principali imprese europee.
Al vertice non parteciperà il presidente del consiglio italiano che non è stato invitato.
A Bratislava, venerdì scorso 16 settembre, si era già verificata una prima emarginazione formale del premier italiano quando, alla conferenza stampa conclusiva della riunione dei 27 capi di stato e di governo dell’UE si erano presentati solo Merkel ed Hollande e, particolare non di poco conto, non era stato neppure predisposto il consueto terzo pulpito con microfoni per la presenza italiana.
Oggi si può ipotizzare, dunque, che gli atteggiamenti riottosi e le reiterate dichiarazioni di critica e disapprovazione fatte dal Innominabile nei confronti della UE non siano gradite, in particolare, alla triade Juncker, Merkel e Hollande.
È ragionevole supporre, perciò, che la triade abbia deciso di far scattare il “Daspo” nei confronti del premier italiano non potendo né cacciarlo dall’aula né confinarlo dietro la lavagna.
Purtroppo a rimetterci, come sempre, sarà l’Italia che già nel 2011, per colpa dell’allora premier Berlusconi, si è vista appioppare “compiti” disastrosi e dolorosi.
Cosa dobbiamo attenderci questa volta ?

venerdì 23 settembre 2016

Comprereste un’auto usata da … ?

Da quando l’Innominabile si è impossessato di Palazzo Chigi hanno nuovo vigore i venticelli che spirano dai quadranti della insincerità, della sfrontatezza e della smemorataggine.
Quando, ad esempio, nel febbraio 2012 l’allora premier Mario Monti espresse il no definitivo alla candidatura di Roma per le Olimpiadi 2020, furono in molti a condividerne la decisione (NdR: i più convinti a manifestare la loro soddisfazione furono la Lega ed il PD, si proprio quel PD che oggi baccaglia contro il "no") e nessuno si strappò le vesti in nome di un supposto danno all’immagine ed al prestigio italico.
“Pensiamo non sarebbe coerente impegnare l’Italia in questa avventura che potrebbe mettere a rischio i denari dei contribuenti” dichiarò il presidente del consiglio riferendosi, per esperienze recenti e passate, alla incertezza sui reali costi dei progetti di manifestazioni sportive.
Erano i mesi in cui, lo ricordiamo tutti, per riportare la nave Italia in linea di galleggiamento Monti metteva in atto manovre lacrime e sangue delle quali gli italiani continuano a pagare lo scotto ancora oggi.
Sono trascorsi quattro anni ed a dire no alle Olimpiadi 2024, questa volta è la neo sindaco di Roma, Virginia Raggi.
Da poche settimane in Campidoglio la neo sindaco è preoccupata innanzitutto dal come far fronte alle disastrate condizioni della città, lasciatele in eredità dalle rovinose amministrazioni capitoline di centrodestra, Alemanno, e di centro sinistra, Marino.
Situazioni, quelle sì, che gravano negativamente sull’immagine di Roma e sul prestigio dell’Italia a livello internazionale.
Peraltro, anche se sono trascorsi quattro anni dal 2012 la situazione economica del Belpaese non è migliorata di molto.
Un dato per tutti: il debito pubblico è passato dai 1.936 miliardi del febbraio 2012 ai 2.252 miliardi del luglio 2016, con una crescita di 316 miliardi, di cui 163 miliardi solo nei 28 mesi di governo dell’Innominabile.
Siccome sostenendo la candidatura alle Olimpiadi lo Stato dovrebbe sottoscrivere una clausola con l’impegno, nei confronti del CIO, a garantire la copertura finanziaria in caso di deficit o di aumento dei costi previsti dalla macchina organizzativa, sarebbe incosciente scaricare su figli e nipoti i rischi derivanti dalla megalomania di qualcuno.
Anche per questo è stupefacente ed inquietante che, in prima fila, alfieri e paladini ostinati delle Olimpiadi 2024 siano proprio due personaggi che hanno già data prova di incapacità nella gestione organizzativa ed economica di eventi sportivi.
Mi riferisco a Giovanni Malagò ed a Luca Cordero di Montezemolo.
Il primo, ad esempio, è stato presidente del comitato organizzativo dei mondiali di nuoto svolti a Roma nel 2009.
La candidatura di Roma ai mondiali di nuoto aveva come fiore all’occhiello la immaginata Città dello Sport di Tor Vergata, su progetto di Santiago Calatrava, che avrebbe dovuto essere il palcoscenico dei mondiali e diventare un polo polisportivo con campus in cui ospitare atleti e studenti universitari.
L’opera, autorizzata nel 2005, prevedeva un investimento di 60 milioni che divennero già 120 al momento della assegnazione lavori.
Resisi conto, però, che la Città dello Sport non sarebbe stata ultimata in tempo utile per ospitare la competizione mondiale, nonostante fossero già stati spesi 250 milioni, in mancanza di ulteriori fondi fu deciso di abbandonare il progetto.
Il risultato è che, a tutt’oggi  dopo 18 anni, lo scheletro incompiuto della “vela di Calatrava”, in avanzato stato di degrado, si erge monumento allo spreco del denaro pubblico.
Nel contempo, resosi conto di non poter utilizzare gli inesistenti impianti della Città dello Sport, il comitato organizzativo presieduto da Malagò pretese altri 45 milioni per ristrutturare il Foro Italico dove, alla fine, furono ospitati i mondiali di nuoto.
Per recuperare gli scheletri e completare la realizzazione della Città dello Sport oggi viene ipotizzata una ulteriore spesa di 600/900 milioni.
Domanda: da dove tirare fuori questo denaro se non dalle tasche dei cittadini favoleggiando dei benefici e del prestigio che l’Italia otterrebbe con le Olimpiade 2024 ?
Anche l’altro paladino delle Olimpiadi, Luca Cordero di Montezemolo, sicuramente non ha data prova di capacità e rigore nella organizzazione e gestione di eventi sportivi.
Nel 1986 nominato presidente del comitato organizzativo dei campionati mondiali di calcio “Italia ‘90”, ha lasciato dietro di sé opere inutili e monumenti allo spreco del denaro pubblico.
Qualche perla del presidente Montezemolo nella gestione di “Italia 90”:
Ø  la spesa complessiva  di “Italia ‘90” fu di oltre 7.200 miliardi di lire (NdR: pari a circa 3,8 miliardi di euro) con uno sforamento del budget pari all’85%;
Ø  per fare fronte agli investimenti di “Italia ‘90” lo Stato (cioè tutti noi) si indebitò accendendo mutui che dovrebbero essersi estinti con la rata di 61,2 milioni di euro pagata nel 2014 (NdR: 24 anni dopo l’evento);
Ø  il “Delle Alpi” di Torino, stadio definito “avveniristico” nei proclami di Montezemolo, costato 226 miliardi di lire, è stato demolito nel 2009 perché gli spalti erano stati realizzati così lontani dal campo da rendere non godibile lo spettacolo agli spettatori, oltre che per i continui ed eccessivi costi di manutenzione;
Ø  il progettato grandioso hotel in Milano, a Ponte Lambro, costato 10 miliardi di lire, non è stato mai ultimato e venne demolito nel 2002;
Ø  con il pretesto dei tempi stretti per realizzare le opere, i lavori furono assegnati senza gare di appalto con conseguenti ed inevitabili speculazioni e sovrapprezzi.
Per “Italia ‘90” si potrebbe proseguire nella elencazione di “sprechi e dissipazione del denaro dei contribuenti” come sostenne l’onorevole De Luca proponendo una inchiesta parlamentare.
Ora, è a questi due personaggi, dai quali molti di noi non acquisterebbero neppure un’auto usata, che il premier si è affidato per portare avanti la candidatura di Roma alle Olimpiadi 2024.
Una scelta kafkiana ancora prima che scriteriata !

martedì 20 settembre 2016

Prigionieri dei pifferai

Non volevo e non potevo crederci !
Così sono andato sul sito di ISTAT e mi ha stralunato leggere la specifica del criterio con cui, nel rispetto di quanto convenuto con la Organizzazione internazionale del lavoro, l’Istituto Nazionale di Statistica certifica l’occupazione in Italia.
Occupati: comprendono le persone di 15 anni e più che nella settimana di riferimento:
·   hanno svolto almeno un’ora di lavoro retribuito
·  hanno svolto almeno un’ora di lavoro non retribuito nella ditta di un familiare nella quale collaborano abitualmente
·   sono assenti dal lavoro (ad esempio per ferie o malattia)”
Proseguendo il paragrafo precisa anche cosa debba intendersi per persona in cerca di occupazione.
Persone in cerca di occupazione comprendono le persone non occupate tra 15 e 74 anni che:
· hanno effettuata almeno un’azione attiva di ricerca di lavoro nei trenta giorni che precedono l’intervista e sono disponibili a lavorare entro le due settimane successive all’intervista
· inizieranno un lavoro entro tre mesi dalla data dell’intervista e sono disponibili a lavorare entro le due settimane successive all’intervista”
Finalmente comprendo come mai il tasso di disoccupazione che ISTAT ci rifila periodicamente sia sempre difforme ed inconciliabile con i dati reali sul mercato del lavoro che pubblicano il Ministero del Lavoro e l’INPS.
Mi sembra evidente che la difformità dipenda innanzitutto dal metodo di rilevazione.
Infatti, Ministero del Lavoro ed INPS determinano il saldo occupazionale, e quindi il dato effettivo, sulla base dei contratti di lavoro in essere, dei nuovi contratti inseriti, dei licenziamenti e delle dimissioni intervenute nel periodo (NdR: cioè con rispettosa fedeltà al principio “carta canta”).
ISTAT, invece, pubblica quelle che l’Istituto stesso definisce “stime ufficiali sul numero degli occupati e delle persone in cerca di lavoro” valutate in base ai risultati di “260 mila interviste condotte (ogni settimana) presso circa 160 mila famiglie (intorno ai 370 mila individui)”.
Già solo da questa differenza di metodo si arguisce perché secondo ISTAT il tasso di disoccupazione a luglio 2016 sia sceso all’11,4%, mentre l’INPS evidenzia che nei primi sette mesi dell’anno i contratti di lavoro a tempo indeterminato, documentati, abbiano registrata una caduta del 33,7% rispetto allo stesso periodo del 2015.
E’ fuorviante e distorcente, quindi, che le “stime ufficiali” di ISTAT riconoscano come “occupato” perfino colui che nella settimana dell’intervista abbia lavorato anche una sola ora retribuita, od addirittura un’ora neppure retribuita se prestata presso la ditta di un familiare.
Povera Italia ! Se siamo ridotti a considerare occupazione anche il lavoro di una sola ora settimanale significa, per dirla alla fiorentina, che siamo proprio “con il culo per terra”.
D'altronde, se i contratti a tempo indeterminato sono crollati in sette mesi del 33,7%, come attesta l’INPS, mentre nello stesso periodo i voucher venduti hanno raggiunto il numero record di 84,3 milioni, con un incremento del 36,2% sul 2015 è innegabile non solo che ci contrabbandino come affidabili indici della disoccupazione drogati, ma che la precarizzazione del mercato del lavoro abbia imboccata ormai una china che sarà difficile, se non impossibile, rimontare.

giovedì 15 settembre 2016

SI o NO ? That is the question

In diritto non è ammessa l’ignoranza della legge come ci ricorda la massima giuridica che in latino recita “ignorantia legis neminem excusat”.
In parole povere ogni cittadino ha il dovere di conoscere le leggi dello Stato.
Purtroppo, però, il vero problema è che spesso le leggi risultano incomprensibili perfino agli addetti ai lavori.
La sensazione, infatti, è che molte volte il legislatore voglia di proposito “originare ignoranza nei cittadini” promulgando leggi illeggibili oltre che per astrusità e nebulosità, anche per il ricorso ad un linguaggio sibillino e contorto.
È il caso, ad esempio, del disegno di legge di riforma costituzionale sul quale, in data ancora oggi vaga, saremo chiamati a votare con il referendum.
Comunque, in attesa che l’Innominato decida la data del referendum, ho voluto schiarirmi le idee avventurandomi, ahimè, nella lettura del testo approvato dalla Camera dei Deputati il 12 aprile 2016.
Con mille difficoltà ed affrontando fastidiose cefalee ho potuto constatare come si tratti di un disegno di legge studiato ad arte per risultare oscuro a noi comuni mortali.
1.     Innanzitutto è assodato che, contrariamente a quanto ci è stato favoleggiato, il Senato non sarebbe soppresso. Infatti il Senato, anche se depotenziato, continuerebbe ad esistere e sui suoi scranni invece dei 315 senatori, democraticamente eletti dai cittadini, si accomoderebbero 74 consiglieri regionali e 21 sindaci, scelti e nominati dai capibastone dei partiti, con buona pace della sovranità popolare. Sugli scranni troverebbero posto inoltre 5 senatori, nominati dal Capo dello Stato, pesci fuor d’acqua in una assemblea che dovrebbe rappresentare le istituzione territoriali. L’unico aspetto ragionevole è che questi 5 senatori almeno rimarrebbero  in carica solo 7 anni e non più “a vita” come avviene oggi.
2.     Mi sembra grottesco, però, che l’ipotizzato nuovo Senato possa essere un porto di mare per il continuo andirivieni di consiglieri regionali e di sindaci, decaduti e subentranti, dal momento che la durata del loro mandato di senatore, come indica l’Art. 2 del disegno di legge, “coincide con quella degli organi delle istituzioni territoriali dai quali sono stati eletti”. Ora è noto, anche a quelli tra noi più distratti, che le elezioni regionali e comunali avvengono in più tornate ed in date molto diverse, per cui avremmo un Senato la cui composizione risulterebbe inevitabilmente in continuo divenire. Che botta di genio di questi acuti riformatori !
3.     Andiamo oltre. Poiché, come si è visto, il Senato di fatto non sarebbe soppresso, ci raccontano balle colossali coloro che favoleggiano, a cominciare dall’Innominato e dalla riformista Boschi, che la riforma permetterebbe di risparmiare centinaia di milioni di euro. Infatti, dato e non concesso che ai consiglieri regionali e sindaci, nominati senatori part-time, non fosse elargito alcun compenso sotto forma di indennità, gettone di presenza, rimborso spese od altro, l’unico risparmio ipotizzabile sarebbe di 79 milioni e 401 mila euro, inseriti nel bilancio di previsione 2016 per il mantenimento dei 315 senatori. Dal momento, però, che Palazzo Madama manterrà la sua destinazione, sulle casse pubbliche continueranno a gravare 457 milioni (NdR: valore anche questo rilevato dal bilancio di previsione 2016) per il personale in forza a Palazzo Madama, di ruolo e non, vitalizi, pensioni dirette e di reversibilità, manutenzioni, comunicazione istituzionale, cerimoniale, ristorazione, cancelleria, servizi informatici ed ammennicoli vari.
4.     Inspiegabile ed insensato, inoltre, che sia concessa la immunità parlamentare a consiglieri regionali e sindaci con il mandato di senatori part-time. Senza l’autorizzazione del Senato, cioè, non potrebbero essere né arrestati né sottoposti ad intercettazione. Insensato ed inammissibile perché le cronache di tutti i giorni riferiscono di inchieste e di provvedimenti della Magistratura proprio nei confronti di amministratori locali accusati di malaffare e corruzione. Con la concessione dell’immunità è prevedibile che qualche furbetto, temendo di essere raggiunto dagli strali della giustizia, convinca il capobastone a nominarlo senatore part-time per mettersi al riparo per la durata del mandato e confidare nella prescrizione dei reati commessi. Straordinario colpo di genio dei riformatori per moralizzare le amministrazioni locali.

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Quelle fin qui considerate, però, mi sembrano quisquilie che non giustificherebbero né il grande casino montato intorno a questa riforma costituzionale, né l’accanimento con cui l’Innominato incalza gli elettori affinché votino SI al referendum.
In effetti il disegno di legge costituzionale contiene ben altro.
Dal suo impianto viene a galla una vocazione assolutista che si proporrebbe di mettere fuori gioco i principi della democrazia parlamentare e della sovranità popolare ispiratori della attuale Costituzione.
1.     Ad esempio, per il perverso combinato disposto di questa nefanda riforma costituzionale e della non meno infausta legge elettorale, “Italicum”, la Camera dei deputati diventerebbe, di fatto, una istituzione asservita alla volontà di un presidente del consiglio che, avvalendosi del 54% di parlamentari da lui stesso scelti e nominati, potrebbe spadroneggiare in lungo e largo.
2.     Infatti, avendo previsto di interdire al nuovo Senato sia il voto di fiducia al governo che l’esame e la revisione delle leggi approvate dalla Camera dei deputati, un presidente del consiglio supererebbe a mani basse eventuali voti di sfiducia ed otterrebbe dalla Camera l’approvazione di tutte le leggi da lui volute, anche le più scellerate. D’altra parte abbiamo già assistito a qualcosa del genere, negli ultimi due anni, ogniqualvolta il Parlamento è stato espropriato del suo ruolo dagli oltre 50 voti di fiducia con cui sono state approvare le leggi volute dall’Innominato.
3.     È palese, inoltre che con questa riforma costituzionale verrebbe cancellato, di fatto, il principio dei pesi e contrappesi, cioè l’elemento fondativo di ogni democrazia liberale. Si, è vero che a controllare l’operato del governo resterebbero sempre il Capo dello Stato e la Consulta, ma suvvia dopo le esperienze di questi ultimi anni ci si può confidare nella serenità di giudizio del Quirinale ?
A questo punto non mi resta che spegnere il notebook e rileggermi “Il Principe” di Machiavelli, per riscontrare fino a che punto la dottrina machiavellica del “principe monarca” abbia ispirato gli autori di questa legge costituzionale.